Stasi Tour a Berlino in 48 ore (Giorno 2)

Ieri abbiamo imparato tutto quello che ci serviva sapere sulla vita nella DDR e sul modus operandi della Stasi. Il programma di oggi ci porterà nel vivo dell’azione, nei punti nevralgici delle operazioni: i quartieri generali del Ministero per la Sicurezza di Stato e le loro temute prigioni. Una volta una macchia vuota nella mappa di Berlino, ora sono aperti al pubblico. Nonostante la loro posizione lontana dal centro – per ovvi ragioni di segretezza si sono installati nella remota zona di Lichtenberg – e la poca pubblicità di cui godono, entrambi i luoghi erano piuttosto popolati. La giornata è piuttosto intensa, sia per gli spostamenti che per l’impatto emotivo, quindi consiglio di partire piuttosto presto il mattino, anche per rispettare gli orari delle visite.

Giorno 2


Museo della Stasi

Indirizzo: Ruschestraße 103, 10365 Berlino
Orari: Lun-Ven 10 – 18 / Sab-Dom 12 – 18
Tel.: +49 30 5536854 / Sito / email
Biglietti: €5 / €4

Museo Stasi Berlino

Se vi lamentate del vostro ufficio pensate a lavorare qui

Al mio arrivo sono stato colto dal sospetto che forse avevo sbagliato qualcosa, o che non ero stato informato in tempo che tutto era tornato come prima del 1989 e che il museo non era più un museo ma di nuovo la sede dei quartier generali. Il complesso occupa un intero isolato, e il cubo di edifici racchiude un enorme cortile. Una volta dentro sembra di soffocare per la mole di cemento da cui si è circondati e per il suo implacabile grigiore. Il cortile è vuoto, eccezion fatta per un signore che lo attraversa a testa bassa e a passo svelto. Tutto è calmo e silenzioso, ma non nel senso sereno di un qualunque parco di città. E’ come se gli oggetti, i muri, le panchine, i cespugli rinsecchiti, ancora conservassero la memoria delle cose tremende successe e decise lì dentro, e continuassero a trasmetterle sotto forma di un vago senso di disagio. Senso che non svanisce al mio ingresso dall’edificio, dove l’impiegato mi trapassa con uno sguardo gelido. Dovete sapere che il museo si può visitare indipendentemente ma, essendo i cartelli scritti quasi interamente in tedesco e volendo ricevere informazioni più approfondite avevo richiesto di essere unito ad un gruppo. Accettano richieste solo per gruppi di almeno 10 ma vale la pena contattarli in quanto è possibile che riescano ad unire viaggiatori solitari e piccoli gruppi. Avevo avuto un breve scambio di email chiedendo se era possibile partecipare ad una visita guidata e il mio interlocutore, dopo avermi fatto notare con il tipico senso dell’umorismo tedesco che avrei dovuto scrivere almeno 2 settimane prima e non 2 giorni prima, mi conferma che posso unirmi al gruppo delle 10. Il tizio allo sportello, dopo aver ascoltato questa mia spiegazione, mi liquida puntando al gruppo alle mie spalle. Chiedi a loro. Era una scolaresca di teenager inglesi.
Mi avvicino con passo felpato all’insegnante chiedendole col massimo della deferenza, il permesso ad unirmi. Questa si spaventa come se l’avessi aggredita in un vicolo buio in piena notte e tutti si voltano a guardarmi. Un ottimo inizio. La guida era un tipo molto competente ed appassionato ma anche molto lento nel descrivere le varie scene di vita e partito rappresentate al primo piano.

Ufficio Stasi Mielke

Uguale alla mia scrivania. Uguale.

Per non perdere l’appuntamento alle prigioni, e per liberarmi dalle imbarazzanti occhiate degli studenti che mi avevano notato nonostante cercassi di nascondermi dietro gli angoli o fingessi di guardare altrove, mi sgancio dal gruppo e mi dirigo al piano successivo dove si trovano gli uffici dove i ranghi alti della Stasi lavoravano e muovevano i fili della loro organizzazione. Lo scopo, ed evidentemente anche il risultato, dell’interior designer era di far sentire chiunque ci lavorasse un’anonima ed insignificante ingranaggio di un più grande meccanismo. Tutto è in varie tonalità di grigio, un austero minimalismo domina ovunque e le scrivanie sono adorne solo di macchina da scrivere, telefono e un pannello con dei bottoni. Anche la scrivania di Erich Mielke, il Supremo Capo del Male, è praticamente uguale alle altre, se non per l’alone di crudeltà che vi aleggia a mezz’aria.
Il piano sopra è più interessante ma anche più inquietante. Qui si trovano infatti tutti gli strumenti usati per spiare le persone, e gli stratagemmi usati dal popolo per sfuggire alla morsa del controllo.
Camera spia StasiI primi sono dei sofisticatissimi gioielli di elettronica, dalle microcamere nascoste nei posti più impensabili (casette per uccelli, bidoni dell’immondizia, libri, cravatte…) a degli evolutissimi pezzi di tecnologia, come la macchina fotografica nascosta dietro un bottone di cappotto che è poco più grande del mio cellulare, ed ha più o meno la mia età. Tutto questo grazie al contributo di Siemens, il che mi fa pensare come, e a che prezzo, la tecnologia che ci portiamo in tasca si sia evoluta.
I metodi di contrabbando di informazioni e persone si doveva basare invece su pochi e poveri mezzi e tanta fantasia. Una battaglia tra l’intelligenza e la creatività umana e la fredda spietatezza dei robot. Come in Terminator.

Prigione della Stasi: Hohenschönhause

Indirizzo: Genslerstraße 66, D-13055 Berlino
Orari: Lun – Ven 10 – 18
Tel.: +49 30 232450 / Sito (in tedesco) / email
Biglietti: €5 / €2.5

Prigione Stasi Berlino

Hohenschönhausen © Platte

Di tutti i luoghi consigliati nel nostro “Stasi Tour” questa è quella da nono perdere assolutamente.
Questa inquietante prigione può essere visitata solo con una visita guidata e le visite in in inglese sono tutti i giorni, solo alle 14.30. Quando ci sono stato io c’era anche una guida in spagnolo, ma se la volete in italiano vi conviene informarvi con un po’ di anticipo. Se invece capite bene il tedesco, non solo potete godere di maggiore flessibilità, ma sarà molto probabile che la vostra guida sia un ex-detenuto, e a quanto pare è un’esperienza toccante. La visita parte con un video di 30 minuti ricco di informazioni, molte delle quali saprete già se avete seguito tutto lo Stasi Tour fino a qui, più altre specifiche sulle carceri. Ci si sposta poi verso la U-Boat, il sottomarino. Se già la parola Hohenschonhausen fa paura da sola aspettate di scendere in questi scantinati. Utilizzati inizialmente dai Nazisti come magazzini di provviste sono stati convertiti in prigioni dai Russi. E non una prigione normale ma una specie di campo di tortura: c’è la cella con la tortura cinese (la goccia d’acqua che cade sulla testa), ce n’è una dove i prigionieri venivano lasciati in un palmo d’acqua ghiacciata, e una completamente imbottita e nera, isolata da suoni luci e colori. Fa impressione pensare che in questo luogo qualcuno sia riuscito a superare Hitler e Co. in fatto di crudeltà e perversione.

Cella Prigione Stasi Berlino
La nostra guida ci porta verso l’edificio nuovo, costruito dal regime per essere usato come prigione dalla Stasi. In tutto questo veniamo però rallentati da un signore Iraniano, altissimo e barbuto, che si ferma in ogni cella guardandosi in giro come se dovesse decidere di che colore fare le pareti. Il nuovo edificio è un classico esempio di architettura sovietica: un cubo grigio, e mi ricorda l’ostello in cui ero stato a Bratislava. Con la differenza però che qui la stanza è un po’ meglio. Sembra infatti una camera singola con un letto bello largo (dove il colosso Iraniano si siede facendo scricchiolare fragorosamente la struttura), un lavandino e un armadietto. Lusso, no? La guida ci spiega subito come tutto invece sia architettato nei minimi di dettagli per sembrare un posto “vero”, un ricordo della loro vita fuori a cui non avevano più accesso: la finestra ha i vetri così spessi da non permettere di vedere nulla più di qualche ombra, non possono sedersi sul letto durante il giorno e di notte devono dormire esattamente come ordinato e non hanno nulla da mettere nell’armadietto. Tutto è curato nel minimo dettaglio, nelle così come anche nelle stanze di interrogazione, per togliere ogni speranza ai detenuti e portarli alla disperazione.

Prigione Stasi Berlino

La lista degli accorgimenti presi per annientare moralmente i prigionieri è così lunga da mettere seriamente in questione la bontà della natura umana. Il tour si conclude nella “gabbia della tigre“, una cella interrata coperta da una grata dove i prigionieri meritevoli venivano premiati con la vista del cielo. E’ qui che il nostro iraniano viene invitato a parlare dalla nostra guida, che lo aiuta un po’ a tradurre dal francese all’inglese. Ci racconta come lui abbia vissuto lo stesso trattamento, per alcuni mesi, solo tre anni fa prima di riuscire a scappare in Francia e ci fa gelare il sangue nelle vene. Mi fa pensare come l’incubo che abbiamo appena visitato sia così attuale e ancora più vicino a noi, e mi fa anche pensare a che brutta persona sono stato a giudicare questo personaggio che ha vissuto l’orrore in prima persona e ha deciso di condividere il suo toccante racconto ad un gruppo di sconosciuti.

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