Dismaland

Tra le mura di cemento del defunto lido Tropicana sorge Dismaland, un festival di arte contemporanea e di protesta, coeso da temi comuni che ruotano attorno alla disillusione e alla resistenza contro la silenziosa dittatura del consumismo. Eppure è affollato da gente che fa la coda per farsi i selfie e che si aggira con dei palloncini che proclamano “I am an imbecile”.
Consapevole autoironia o la prova che Banksy ha un piano che va oltre il parco a tema, e che sta prendendo tutti per il culo?

 

Dismaland Banksy

Appena varcata la soglia si viene travolti dalla quantità di stimoli, andiamo un po’ a tentoni finché ci fermiamo al cinema all’aperto dove trasmettono cortometraggi. Opportunamente arriviamo alla proiezione di El Empleo – perfettamente in linea con il tema – seguito da altri un po’ più leggeri, come Bottle, ma sempre con un qualcosa di cupo e storto. Ci rintaniamo sotto un tendone alle prime piogge, tappezzato di slogan e cartelli da manifestazione, esposti come fossero quadri. In quello di fianco troviamo sindacati, libri sovversivi e persino lezioni pratiche per aprire i pannelli pubblicitari alle fermate del bus. Un altro tendone cela una delle mie opere preferite: un enorme tavolo coperto da un servizio da tè, opera di Ronit Baranga. Piatti con bocche e denti in rilievo e tazze sostenute da dita umane in una macabra composizione; magari detto così non sembra un granché ma metteva i brividi, giuro. Le giostre e i giochi da luna park aggiungono un tocco grottesco, quasi Burtoniano: c’è la pesca delle anatre nella discarica, una ruota panoramica malandata e un carosello che va decisamente troppo veloce.
Tutto curato nel dettaglio: relitti e vecchie giostre abbandonate, ma anche i tavoli per il pic-nic, opera di Michael Beitz e i cartelli con gli avvisi; l’aria è pervasa da un’inquietante musichetta hawaiana, interrotta bruscamente e regolarmente da annunci registrati. L’unica nota negativa è lo staff, intenzionalmente svogliato e maleducato. Non è il loro atteggiamento che mi ha infastidito, anzi ne comprendo e approvo l’intento, ma era la forzatura come se stessero seguendo un copione che strideva con il resto dell’esposizione.

Artisti a Dismaland

Un museo è il posto sbagliato per guardare l’arte

In una recente intervista col the Guardian Banksy ha affermato che un museo è il luogo sbagliato per guardare l’arte. Non sono sicuro se posso concordare alla lettera con questa opinione, ma è vero che il tipo di arte rappresentata a Dismaland necessita uno spazio espositivo diverso. Ciononostante l’edificio principale del Tropicana è stato trasformato in un museo vero e proprio con opere più tradizionali: video, quadri, sculture. Sui miei appunti trovo le foto inventive di Brock Davis, i ritratti da incubo di Laura Lancaster, i relitti abbandonati di Lee Madgwick e, nell’ultima stanza dell’edificio, il folle villaggio in miniatura di Jimmy Cauty. Per quanto incoerente con la dichiarazione iniziale questo spazio espositivo è parte integrante  di uno scenario più ampio per meglio trasmettere il messaggio.
Ma qual è questo messaggio? Difficile da definire, facile cadere nello scontato limitandosi a sovversione, anarchia e contestazione del capitalismo. Ogni angolo del parco è una sveglia che cerca di scuotere i visitatori dal torpore tecnologico per guardare il mondo attorno con un occhio critico e curioso. Il tutto servito con un certo umorismo, più o meno macabro.
Ho respirato un’atmosfera liberatoria: il collettivo di artisti dietro Dismaland è finalmente uscito dalle tenebre, non più graffittari ai limiti della legalità ma legittimi artisti, fortemente radicati nella loro epoca.

Visitatori a Dismaland

Se non siete incazzati non state prestando attenzione

Il pezzo centrale del parco è il castello Disney annerito dalle fiamme e in rovina. Al suo interno si trova un’ampia stanza completamente buia, con la ricostruzione di un incidente, solamente illuminata da flash intermittenti.
La zucca-carrozza è rovesciata su un fianco, i cavalli a terra agonizzanti e il corpo di Cenerentola pende inerme da un finestrino rotto. Attorno una schiera di paparazzi, scooter parcheggiati alle loro spalle e caschi ancora in testa, tempestano implacabilmente la tragedia di foto.
La scena è toccante ed intensa, ma la cosa che più mi ha colpito è arrivata a due passi dall’uscita.
Prima di varcare la soglia mi giro per un ultimo sguardo e vedo una folla di gente che, sollevando i propri cellulari e tablet sopra il gruppo di paparazzi di gesso, scattava raffiche di foto, anch’essi parte della composizione.
Non penso che il senso di Dismaland fosse di non fare selfie o foto ma vedere che anche lì quasi tutti passavano più tempo a guardare uno schermo che ciò che li circondava mi ha fatto riflettere.

Manifesto di Cameron a Dismaland

Fuori dalle mura, nel mondo reale

Lasciato Dismaland alle due del pomeriggio ci siamo concessi una visita a Weston-super-mare. Per chi non lo sapesse quella una volta era una gloriosa località balneare vittoriana, dove i signori andavano a respirare l’aria buona. Col passare degli anni la popolarità di questi paesi è cresciuta anche alle classi meno abbienti finché, con l’avvento dei voli low cost, è diventato più economico andare a Barcellona dove l’idea di una bella giornata non è due ore di sole e ventuno gradi.

Degli splendori antichi restano solo imponenti edifici con le facciate irruvidite dall’aria salmastra. Il centro è dominato dall’odore di fritto e dai colori fragorosi delle sale da gioco. Il litorale si stende fino a confondersi con il mare in una vasta distesa di un grigio plumbeo tagliata in due dal lungo pontile. La natura riesce sempre a dare spettacolo anche nelle avversità.
Continuando verso nord si trova Birnbeck island. Un traballante molo collega l’isola alla terraferma, ma la bassa marea ci permette di arrivarci attraversando il fondale roccioso a piedi. Costruito nel tardo Ottocento il Birnbeck Pier era il non plus ultra del divertimento vittoriano, finché negli anni settanta ha dovuto cedere il passo alla modernità del nuovo Grand Pier. Dopo trent’anni di abbandono alle intemperie è difficile riconoscere gli antichi fasti tra le macerie. Le implacabili maree, tra le più ampie al mondo, hanno corroso il ferro, i forti venti hanno sbriciolato legno e cemento. Torniamo in tempo per sfuggire all’avanzare delle acque e ci voltiamo un’ultima volta ad ammirare il sole che tramonta su questa testimonianza della nostra vanità.

Furgone antisommossa

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