L’Aquila Fenice

Piazza del Duomo, L'Aquila

“Quando è successo?” “Sarà stato 3 anni fa…” “Eh sì più o meno…”

Sei anni. Sono passati sei anni dal terremoto che ha devastato L’Aquila, non tre. Eppure, passeggiando per il centro, si ha l’impressione che sia successo solo poche settimane fa. Edifici spaccati, sbriciolati, abbandonati, puntellati. E tanto, tanto silenzio.
Camminando dal parcheggio non troviamo anima viva per diversi minuti, percorriamo vie invase dall’odore di calce, un labirinto di strade transennate e ponteggi. Quando usciamo alla luce della Piazza del Duomo vediamo solo un anziano che, seduto sul bordo della panchina, osserva le impalcature della cattedrale. Una scena ben diversa da quella che trovo giocando su Street View: macchine parcheggiate, bar aperti, tavolini e gente che passeggia.

Il terremoto del 6 aprile 2009 ha lasciato un taglio ben profondo, che ha inciso lo strato di mattoni e muratura degli edifici per raggiungere l’anima stessa di questa città, annidata nel cuore degli Appennini nel mezzo della penisola italica, e fiera come l’animale di cui porta il nome.

Ci ha sorpreso la tenacia degli aquilani, ma anche un po’ intenerito vederli lottare come Davide contro il Golia della rugginosa politica e dell’inamovibile burocrazia italiana. Siamo stati a bere del vino al Ju Boss, l’enoteca ai piedi del Forte Spagnolo, il primo bar ad aprire in centro dopo il sisma. Lì dentro il terremoto non è ammesso, la vita procede come se niente fosse, è piena di ragazzi che chiacchierano ridono, bevono buon vino e mangiano panini succulenti.

L'Aquila: interno di casa terremotata

Il panino noi invece ce lo mangiamo da La Camoscina, un alimentari affacciato sulla Piazza del Duomo, che è un paradiso di formaggi e salumi. Lì di fianco c’è il Caffé Nurzia, il classico bar italiano, di un’eleganza di altri tempi, specializzati nel caffè con torrone. Ma anche nell’ambiente così familiare di questo bar qualcosa stona: una crepa lungo il muro affrescato, una selezione di vini in svendita rassegnata a 5euro la bottiglia, l’insolita presenza di rappresentanti di diverse forze dell’ordine.

Continuiamo l’esplorazione del centro storico, calmo e senza vita, dove l’unico rumore è quello dei martelli dei pochi muratori alle prese con una titanica impresa di ricostruzione. I negozi sembrano chiusi per il weekend, mentre le case sembrano congelate in un fermo immagine. In alcune riusciamo anche a entrare e troviamo dettagli tremendamente quotidiani: una bottiglia di vino a metà, dei pacchi di pasta, un barattolo di Nutella e un calendario che segna Aprile 2009.

Graffito L'Aquila

Passando oltre il Palazzo del Governo restiamo a bocca aperta di fronte ad uno dei graffiti più belli, dislocato su tre palazzi diversi in modo da dare una prospettiva tridimensionale all’opera. Da lì raggiungiamo un quartiere piuttosto moderno di quelle case in cui tutti noi italiani abbiamo vissuto, o che abbiamo visitato per andare a fare i compiti con i compagni di scuola o a trovare la zia. Ma anche qui regna un’innaturale quiete. Un anziano parcheggia lì la sua auto e si allontana, e ci troviamo soli. Soli con i fantasmi di questi appartamenti tagliati da lunghe crepe e di vite spezzate, non solo delle vittime ma anche di chi quella sera ha dovuto lasciare tutto quello che aveva.

Quindi perché visitare L’Aquila? Molti lo chiamano dark tourism, o turismo del dolore, ma solo stando lì, in piedi tra quegli edifici malconci si può comprendere l’entità di ciò che è successo. Solo da lì si può capire quanto un evento naturale sia reso disastroso dall’intervento umano, e quanto, senza il filtro di uno schermo TV, ci riguardi da vicino. Bisogna andare a L’Aquila per vedere come le persone comuni abbiano una commuovente capacità di reazione, e i soldi che lasciamo per un caffè o un panino non saranno molto ma sono un contributo al risorgere di questa città.

Le Foto di Martina:

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