Tramonto sulla collina di Mandalay

Avremmo imparato presto come funzionano le cose, ma nelle prime ore di permanenza in Myanmar ancora ci illudevamo di poter stilare un piano della giornata e seguirlo fino in fondo. Dopo aver raggiunto con fatica, e nel doppio del tempo sperato, la stazione, il nostro programma viene sbriciolato da Maung Maung.

Il richiamo segue solito copione da taxista: “Taxi?” “No non ci serve, grazie” “E domani?“.
Il loro obiettivo non è tanto portarvi da un lato all’altro della città ma diventare le vostre guide per un giorno nei paraggi della città o anche di più. Se volete un’autista senza vincolarvi a prenotazioni da casa, potete tranquillamente organizzarvi così. Maung Maung è un burlone che adora gli scherzi e ha un aspetto fuori dall’ordinario. Ci fa simpatia e, dopo una breve contrattazioni ci dirigiamo con lui verso la Mandalay Hill, la collina che sovrasta la città, condividendo il taxi con una coppia di Francesi. All’arrivo non vuole i soldi e ci dice che ci aspetterà lì.
La cosa ci sembra un po’ sospetta ma accettiamo, ci servirà un passaggio per tornare in albergo.

Ascesa alla collina di Mandalay

La scalinata si snoda lungo il fianco della collina fino alla Sutaungpyei Pagoda in cima e, essendo un luogo sacro, va percorsa scalzi. Lasciamo i sandali ad una signorina all’ingresso dell’area e appoggiamo titubanti il piede sul primo freddo scalino di pietra. Presto ci abitueremo ma il primo impatto della pianta del piede, nuda, con i germi e i funghi locali, ci manda un brivido lungo la schiena. La passeggiata dura una mezz’oretta, soste incluse, e ci offre uno scorcio interessante: tutti i banchetti di souvenir, cibo e bibite lungo la strada, sono anche le abitazioni di chi ci lavora. Infatti mentre membro della famiglia si occupa delle vendite gli altri si dedicano alle routine giornaliere. Raggiungiamo la pagoda in tempo per il tramonto, non mozzafiato ma comunque affascinante e accompagnato da una nebbiolina che si leva dal fossato avvolgendo il Palazzo Reale in un alone di mistero. Nonostante la quantità di visitatori la terrazza è tranquilla, alcune persone siedono a terra parlando con dei monaci, altre si inginocchiano davanti alle effigi di Buddha.

Stupa sulla collina di Mandalay

Tutto d’un tratto, quasi senza preavviso, il crepuscolo inizia a declinarsi in notte e ci affrettiamo giù dalle scale al buio, saltando i cani addormentati sugli scalini e salutando le famiglie che, chiusa bottega, si preparano a dormire, cucinando e guardando la televisione. Nonostante le preoccupazioni Maung Maung è ancora lì ad aspettarci, tutto sommato siamo entro le tempistiche concordate e soprattutto deve ancora riscuotere. Non è più brillante come quando l’avevamo lasciato e diventa parecchio insistente sul volerci vendere i suoi servigi da guida per i giorni seguenti. Più si accanisce a proporci un tour più testardamente decliniamo. Più decliniamo le sue offerte più diventa visibilmente infastidito e insistente. Alla fine, quando probabilmente capisce che non ce n’è, racconta una barzelletta e l’atmosfera nell’abitacolo si distende.

Stupa dorata alla Pagoda di Mandalay Hill

Per assaggiare il meglio della cucina locale andrete sul sicuro in una delle tante tea-house: pavimenti di cemento, sedie e sgabelli di plastica e thermos di tè verde sul tavolo. Gli standard di igiene però sono spesso ben lontani da quelli a cui siamo abituati, decidiamo quindi di adattarci più gradualmente ed andiamo al Lashio Lay, consigliato dalla nostra ottima guida. Non è un ristorante sterilizzato per turisti schizzinosi, è comunque semi-all’aperto ed è frequentato soprattutto da gente del luogo, ma sembra un po’ più pulito. Lo staff è gentile, non parla tanto inglese ma non serve in quanto non c’è nemmeno il menu e le ordinazioni si fanno puntando col dito i vari cibi esposti nelle vasche all’ingresso. I piattini scelti vengono serviti con una ciotola gigante di riso al vapore, una zuppa e il loro classico tè verde.

Lashio Lay, cucina Shan a Mandalay

All’hotel ci ricordano che è Natale ed accettiamo di buon grado l’invito a partecipare al loro party natalizio al ristorante all’ultimo piano. Il salone grandiosamente arredato, è semi-vuoto e decorato con decorazioni natalizie sparse e poco convinte. Siamo gli unici turisti presenti e gli unici turisti. Il resto della clientela è composto da due tavoli di locali che si scolano intere bottiglie di whisky, ignorando completamente la band sul palco che, ad un passo dalla resa, riesce ad infilare alcuni vecchi classici in versione acustica, e un paio di pezzi Birmani. Insomma, al di là della cruda descrizione, è una festa geniale, perfetta in ogni dettaglio. Ci beviamo due birre, accompagnate da una specie di pane carasau speziato, guardando fuori dalla finestra. Nonostante la posizione vantaggiosa – non ci sono molti edifici alti in giro – fuori si vede poco o nulla: non ci sono luci in strada se non il traballante fanale di un motorino solitario che taglia lentamente la notte di Mandalay.

Spese giornaliere

  • 5 km in Taxi (dalla Stazione a Mandalay Hill): 8000Kyats
  • Deposito sandali: 200Kyats al paio (potete portarle con voi per evitare di pagare)
  • Uso di macchina fotografica alla pagoda: 1000Kyats (sono severi sui controlli ma ne vale la pena)
  • Cena al Lashio Lay, per due: 7900Kyats
  • 4 birre al ristorante: 5000Kyats

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